Mastoplastica additiva, tra curiosità e consigli

La mastoplastica additiva o più semplicemente l’aumento del seno mediante l’utilizzo di protesi è l’intervento di chirurgia plastica estetica più richiesto dalle donne. I primi interventi risalgono agli anni 40-50 e prevedevano l’aumento del volume del seno con tessuto autologo come il grasso o lembi muscolo-adiposi per poi essere via via sostituiti dall’impianto di sostanze alloplastiche come la paraffina ed il silicone liquido con conseguenze catastrofiche in termini di risultati estetici a lungo termine e salute delle pazienti. Solo nel 1965 venne introdotta la prima protesi gonfiabile: una protesi dotata di una sottile membrana di silicone polimerico gonfiata con soluzione fisiologica. Dopo le iniziali e numerose polemiche ed i risultati scientificamente comprovati sulla innocuità delle protesi in silicone sulla salute delle donne e soprattutto la non corrispondenza diretta con il rischio di tumore alla mammella si è giunti alle attuali protesi in gel coesivo di silicone rivestito da una membrana testurizzata o vulcanizzata. Solo dopo lo scandalo delle protesi PIP nel 2011 è nato un “registro delle protesi mammarie” a tutela della qualità e della sicurezza delle pazienti ma anche dei chirurghi seri e competenti. Il registro prevede l’obbligo di dichiarazione dell’intervento, del tipo di protesi impiantata e quindi di fatturazione, facendo emergere il sottobosco di quanti lavorano in nero ed utilizzano protesi di scarsa qualità.

Preliminare e fondamentale all’intervento è la visita specialistica durante la quale occorre visitare la paziente, valutare la presenza di asimmetrie tra un seno e l’altro, presenza di malformazioni del torace, presenza di scoliosi. Durante questo esame il chirurgo, come un sarto, prende delle misure e l’ampiezza delle distanze tra il complesso areola-capezzolo ed il torace confrontandoli con lo standard al fine di scegliere la protesi più appropriata alla fisicità della paziente compiacendo al tempo stesso le aspettative estetiche della stessa. Oggi, con la varietà di protesi in commercio in termini di altezza, larghezza e proiezione e del tipo di protesi tonde o a goccia (anatomiche) è possibile eseguire un intervento “su misura” a ciascuna paziente.

L’intervento consiste nell’introduzione della protesi mammaria attraverso un’incisione cutanea che può essere al solco sottomammario, periareolare o ascellare. La protesi può essere posizionata dietro la ghiandola mammaria (posizione retroghiandolare), dietro il muscolo pettorale (posizione sottomuscolare) o parzialmente sottomuscolare (dual plane). La scelta dipende da alcuni fattori: dimensioni della protesi, anatomia del torace, dimensioni della mammella, tipo di pelle. L’intervento è eseguito in anestesia generale e solo in alcuni casi selezionati in anestesia locale con sedazione. I costi dell’intervento sono variabili da 5000 a 6500 e ciò dipende dal chirurgo, dalla struttura in cui viene eseguito l’intervento e dal tipo di protesi scelte. Meglio diffidare da interventi a basso costo che non garantiscono i requisiti minimi di sicurezza ed affidabilità. Domande frequenti che mi vengono rivolte dalle pazienti riguardano: dolore post operatorio, allattamento controlli periodici e durata delle protesi. Il dolore post operatorio è gestibile con i comuni antidolorifici. Importante è attenersi alle semplici regole di matenere la fasciatura per i primi 4 giorni che verrà poi sostituita da un reggiseno contenitivo che va portato 24h al giorno per un mese, astenersi dall’attività fisica per 6 settimane, non esporsi al sole senza adeguata protezione. Per quanto riguarda la seconda domanda è possibile allattare se la protesi è stata introdotta attraverso l’incisione al solco sottomamario o ascellare in sede retro pettorale. In questo modo è preservata l’integrità della ghiandola e dei dotti galattofori al contrario dell’incisione areolare e tran-ghiandolare che li interrompe.

Per quanto riguarda i controlli periodici, questi vanno eseguiti anche in presenza delle protesi. La posizione sopra o sotto muscolare non inficia l’esecuzione della mammografia e dell’ecografia: con opportune manovre di dislocazione ed in mani esperte queste procedure possono essere eseguite senza problemi e comunque completate, in caso di dubbi, con la RMN (Risonanza magnetica nucleare) della mammella. Ma le protesi durano per sempre? Potenzialmente possono durare moltissimi anni, tra 10 e 20 anni, ma l’importante è eseguire annualmente i controlli e vedere il chirurgo almeno una volta l’anno.

Come in molti settori anche in chirurgia plastica la parola d’ordine è naturalità. Pertanto negli ultimi tempi si sta andando un po’ in controtendenza al passato, con un ritorno alle origini della mastoplastica additiva e cioè l’utilizzo del grasso per aumentare il seno. Si preleva il tessuto adiposo da addome, fianchi, cosce o glutei della paziente con una liposuzione e, dopo centrifugazione, si inserisce nel seno.

Il 30% del grasso introdotto viene riassorbito dal corpo e pertanto può comunque rendersi necessario un secondo intervento per ottenere il risultato desiderato.  Candidata ideale è la paziente con poco seno, senza ptosi e buona elasticità cutanea ma soprattutto che abbia sufficiente grasso da prelevare e che si accontenti di un aumento del seno contenuto.

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